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Cagliari: operai Alcoa bloccano aereoporto, scontri con polizia |
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Scritto da Stobados
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Sabato 30 Gennaio 2010 12:07 |
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fonte: infoaut Risale la protesta degli operai di Portovesme, blocchi stradali sulla statale e blocco dei voli del vicino aeroporto di Cagliari durante le giornate di ieri e oggi tornano ad accendersi i riflettori sulla vertenza per la salvaguardia del posto di lavoro nell'azienda statunitense. La vertenza Alcoa. La protesta degli operai dell'Alcoa negli ultimi mesi era approdata a Roma, dove i vertici dell'azienda si sono incontrati con il Governo per arrivare ad un accordo sulle forniture di energia. Il nodo fondamentale era il costo elevato dell'energia che secondo l'azienda statunitense non permetteva di essere competitivi sul mercato. Ma come succede in Italia, e soprattutto in Sardegna, l'azienda aveva sempre ricevuto incentivi statali, questi però erano andati contro le leggi sulla concorrenza vigenti in Europa ed erano incappati nelle sanzioni: da qui la decisione della multinazionale di lasciare l'isola e con essa più di 2mila operai, tra azienda e indotto, che porterebbero alla morte un'intera area che versa già in gravi condizioni economiche. L'azienda negli incontri dei giorni scorsi aveva chiesto che, oltre alla diminuzioni del costo dell'energia, venissero eliminate le multe comminate dall'Unione Europea o quantomeno pagate dallo Stato Italiano. Il 27 gennaio l'Alcoa ha annuncia lo stop degli stabilimenti per 6 mesi con conseguente cassa integrazione. Da qui la comprensione da parte degli operai di Portovesme di non avere più la possibilità di contare sull'interessamento (solo di facciata) del Presidente della Regione e del centrodestra isolano ma di poter credere solo ed esclusivamente sulla propria forza. Già nei mesi scorsi, infatti, gli operai avevano, con la forza della determinazione e della rottura, fatto tornare sui propri passi l'azienda attraverso una dura lotta che aveva raggiunto il suo apice nelle manifestazioni di Roma, con il tentativo di sfondamento dei cordoni della polizia, e con l'occupazione dello stabilimento di Portovesme. Operai di Portovesme in lotta. Ora l'iniziativa torna in mano operaia, contro le trattative che si sono arenate su una direzione non ricomprendente i loro interessi, quindi contro la cassa integrazione. Il 26 gennaio, all'arrivo della notizia della chiusura della fabbrica, gli operai si sono immediatamente mobilitati ed incatenati ai cancelli della vicina centrale Enel (indispensabile per la produzione Alcoa) per non permettere l'uscita e l'ingresso delle mezzi. Poi, nelle ore successive, un gruppo di 800 lavoratori hanno bloccato il traffico della statale 131, l'importante arteria che collega il nord e il sud della Sardegna, dando fuoco a delle barricate fatte di copertoni, mentre, contemporaneamente altri lavoratori bloccavano i voli all'interno dell'aeroporto di Elmas. E ancora oggi non si placa la protesta degli operai Alcoa. Centinaia di macchine sono partite all'alba portando operai e familiari all'aeroporto di Cagliari per occupare le piste. Hanno così bloccato un volo Meridiana e uno Ryanair per poi scontrarsi infine con i carabinieri in assetto antisommossa dentro l'aerestazione occupato. L'aeroporto, tuttora chiuso al pubblico, potrebbe rimanere fermo per i prossimi 2 giorni in quanto sembrerebbe siano stati anche danneggiati dei metal-detector. Agitazione anche a Fusina. Anche gli operai dello stabilimento Alcoa di Fusina, in provincia di Venezia, si sono mobilitati stamane, entrando in sciopero alle 6. Hanno bloccato i cancelli dello stabilimento per impedire l'entrata e l'uscita dei camion delle merci, in modo da fermare la produzione del laminatoio. Si sono registrati momenti di tensione perchè sembra che l'azienda abbia tentato di far chiudere i cancelli, impedendo il ricambio dei lavoratori che si alternano nella protesta. Sulla strada davanti allo stabilimento gli operai hanno dato alle fiamme alcune pile di pneumatici.
Tg1
vedi la cronistoria della mobilitazione Alcoa: |
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Ultimo aggiornamento ( Giovedì 04 Febbraio 2010 15:04 )
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Rosarno come Itri: ieri i Sardi oggi gli Africani |
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Scritto da Arbeschida sarda
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Sabato 16 Gennaio 2010 09:20 |
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Itri, sud-italia. Per molti sardi, oggi, il nome di questo sperduto paese della provincia di Latina non evoca nessun sentimento. Ma nel 1911, per circa quattrocento nostri conterranei, quella città rappresentava un sogno dettato dalla necessità: la meta perfetta di emigrazione, la possibilità di una vita più dignitosa grazie ad un lavoro che la terra di origine non poteva offrire. Erano anni di progresso tecnologico in cui la ferrovia ne rispecchiava il mito, attraversandone l’Italia. A costruire le migliaia di chilometri di linee ferroviarie, altrettante migliaia di braccia. E fu così che circa mille sardi, quasi tutti minatori del sud Sardegna, furono impiegati per la costruzione della linea Roma – Napoli. Assumere sardi era allora conveniente, poiché lavoravano sodo, in cambio, a parità di mansione, di un salario inferiore a quello degli operai continentali, loro colleghi. Fu così dunque che i quattrocento operai sardi che emigrarono per prendere parte alla costruzione di questo tratto di ferrovia, si ritrovarono stanziati nel comune di Itri, appunto, cittadina che a quei tempi faceva parte della provincia di Caserta. Già a quei tempi era forte, da quelle parti, il potere della Camorra e la sua intrusione nei lavori ferroviari si materializzava con l'estorsione del "Pizzo" dalle paghe già esigue degli operai sardi. Ma alla camorra, che assumeva la posizione del «padrone», si contrapponeva il netto rifiuto, pacifico ma fermo, di quei baldi lavoratori di pagare. I lavoratori Sardi erano ben consci dei loro diritti e la consapevolezza del soppruso derivante dalla loro condizione di emigrati faceva alzare loro la testa con maggiore fierezza, contro ogni ulteriore torto o ritorsione. Per scongiurare questo spirito di ribellione i "padroni" camorristi opposero alla determinazione dei Sardi, l'odio razzista e xenofobo degli abitanti di Itri: La furia fanatica razzista, organizzata minuziosamente, si compì tragicamente nei giorni di mercoledì e giovedì 12 e 13 luglio del 1911. Al grido: «Morte ai sardegnoli», i nostri antenati furono, per quei due giorni, le prede indifese della «caccia al sardo». Nel primo giorno un gruppo di operai fu insultato e provocato nella piazza dell’Incoronazione, l’epicentro della storia. Al grido «Fuori i sardegnoli», la parola d’ordine per richiamare gli itrani in quel luogo, a centinaia accorsero armati, attaccando da ogni parte i nostri conterranei inermi. In una ridda di sorpresa, di urla, anche le autorità locali aprivano il fuoco promettendo immunità ai compaesani, non di meno fecero i carabinieri, i quali spararono sui sardi in fuga. Quel giorno, il selciato italico s’impregnò del primo sangue dei martiri trucidati barbaramente. Fonti locali parlano di una ribellione contro i sardi da parte della popolazione "stanca di sopportare violazioni e prepotenze [...] soprusi d’ogni genere", di come "i sardi si trovavano nella condizione psicologica dei conquistatori [...] in questo centro-sud da poco conquistato dal loro Re" e "gli itrani non trovarono alcuna difesa nello Stato Sabaudo mentre ai sardi fu accordata una sorta di tacito salvacondotto tanto da portare all'esasperazione la società itrana non nuova ad atti di resistenza violenta." Questi terribili avvenimenti non possono che riportarci ai giorni nostri, facendo emergere un parallelismo che risulta quanto meno inquietante: qualche giorno fa la cittadina calabrese di Rosarno ha scritto una brutta pagina della sua storia e della nostra che siamo qui ad assistere a questo orrore. Come allora accadde ad Itri, oggi, nuovamente, abbiamo visto quanto di piu' brutto puo' produrre l'ignoranza xenofoba: cittadini italiani che sparano o sprangano immigrati africani che fino a quel momento erano stati il tesoro delle aziende agricole del posto, lavoratori a basso prezzo per lavori massacranti che piu' nessuno vuol fare. Noi, pero', ci togliamo fuori dal coro buonista che stigmatizza la reazione dei nostri fratelli dopo l'ennesima vessazione subita, mentre deprechiamo l'ennesima caduta di stile del ministro Maroni che riesce anche questa volta a trovare nell'immigrazione l'unico problema dell'Italia. L'immigrazione dei paesi africani trova la sua causa prima nel comportamento delle nazioni occidentali che per secoli hanno depredato e devastato una terra che dev'essere solo ed esclusivamente degli africani, libera dalle multinazionali e dalle guerre incentivate per poter guadagnare oltre che dallo sfruttamento anche dal commercio di armi. Scongiurando ed avversando ogni "nuova Itri", manifestiamo tutta la nostra solidarieta' ai nostri fratelli migranti che hanno deciso di non subire piu' in silenzio portando in strada la loro rabbia. Come Arbeschida Sarda il nostro pensiero in questi giorni corre verso i nostri fratelli migranti. Arbeschida Sarda – Circoli degli emigrati sardi |
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Ultimo aggiornamento ( Giovedì 28 Gennaio 2010 11:48 )
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Di basi, si muore: "le armi del futuro", documentario su Quirra. |
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Scritto da Arbeschida sarda
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Domenica 20 Dicembre 2009 10:41 |
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Ultimo aggiornamento ( Giovedì 28 Gennaio 2010 11:47 )
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Equipolymers incassa i soldi e lascia l’isola |
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Scritto da Arbeschida sarda
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Domenica 29 Novembre 2009 17:08 |
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Ennesime conferme del vile atto del mordi e fuggi, applicato con scientifica e colonialistica precisione dai padroni di turno..
E Ottana piange ancora.. In caso qualcuno avesse ancora bisogno di conferme a proposito dei vili atti di ricatto a cui è sottoposta la nostra economia: Una pietra tombale su una trattativa già difficile. La riprova del disinteresse di Cappellacci per i problemi della Sardegna. L’ennesima «porcheria» del Governo Berlusconi contro la nostra isola. Si sprecano le furenti reazioni di politici, imprenditori, sindacati, saltati sulla sedia alla notizia che lo Stato ha erogato a Equipolymers l’ultima tranche dei fondi dell’accordo di programma 2006. Tredici milioni che arrivano nelle casse della multinazionale nei giorni cardine della trattativa per la compravendita della fabbrica del pet nella piana di Ottana. Con la Dow-Pic che ha annunciato che entro dicembre fermerà gli impianti e lascerà l’isola. E la cordata formata dal gruppo Clivati e i thailandesi di Indorama che questo pomeriggio avrebbero dovuto presentare a Milano la loro riveduta e corretta offerta di acquisto, ultimo atto di una estenuante trattativa che va avanti ormai da mesi. Dovrebbero perchè il primo a non starci è proprio Paolo Clivati: «A questo punto - sottolinea amareggiato - non so nemmeno se presenteremo l’offerta. L’erogazione dell’ultima tranche di aiuti era l’unico strumento di pressione rimasto al Governo per costringere la multinazionale a trattare la vendita dello stabilimento. Incassato il bottino adesso faranno semplicemente le valige e andranno via. Rimane da capire perchè questo sia avvenuto. Nell’incontro al ministero di settembre il governo aveva preso l’impegno di bloccare l’erogazione dei fondi fino alla fine della trattativa. Evidentemente nei tavoli si dice una cosa, e sotto i tavoli però se ne fanno altre». Parole pesanti, che fanno il paio a dichiarazioni di fuoco da parte dei politici. Con autorevoli membri della maggioranza in Regione, che sull’erogazione dei fondi aveva la responsabilità di vigilare, che non lesinano critiche a Cappellacci e Berlusconi. A iniziare dal presidente della commissione bilancio, il sardista Paolo Maninchedda, sul cui sito internet la notizia appare in anteprima: «Il problema centrale per il sistema industriale della Sardegna - tuona Maninchedda - è il ruolo del governo italiano. Da che parte sta? So perfettamente che ad alcuni palati fini questa domanda semplice può apparire brutale, ma io sto con la veccchia scuola che afferma che ogni problema economico è prima di tutto un problema politico, perché nel mondo degli affari contano sì i costi, i prezzi, i margini, ma conta anche moltissimo la forza che difende gli interessi in campo. Un esempio: Equipolimer vuole abbandonare Ottana. Motivazione ufficiale? Costi troppo alti dell’energia e dei trasporti. Motivazione reale? Un banale conto economico: finiti i contributi dell’Accordo di programma è finita la ragione per stare a Ottana ed è necessario impedire che lo stabilimento, fatto con soldi pubblici, finisca nelle mani dei concorrenti. Uno dei punti di forza del Governo e della Regione era dunque la tempistica dell’erogazione delle tranche dell’Accordo di programma. Nell’accordo firmato a settembre il governo si impegnava a congelare l’erogazione dell’ultima tranche, posto che Equipolymers aveva annunciato di voler chiudere. Che fa il governo? Qualche settimana fa ha erogato l’ultima tranche, dando così a Equipolymers un vero incentivo ad andar via. Con chi sta il governo? Io conosco la risposta e la conosco da secoli». «La Regione doveva vigilare - attacca il consigliere regionale Pdl Silvestro Ladu - e invece quello che è accaduto è l’ennesima prova di quanto poco interessi a Cagliari quello che avviene nel resto della Sardegna». «È una vergogna - attacca il segretario provinciale della Cisl nuorese Ignazio Ganga - sia che il governo abbia erogato questi soldi in un momento così delicato della trattativa. Sia che la Regione glielo abbia lasciato fare». GIOVANNI BUA NUORO.
LA NUOVA SARDEGNA |
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Ultimo aggiornamento ( Domenica 29 Novembre 2009 17:14 )
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Il flop della Maddalena dal G8 all'abbandono |
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Scritto da Administrator
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Giovedì 28 Gennaio 2010 11:50 |
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Il flop della Maddalena dal G8 all'abbandono Vuoti due hotel a cinque stelle, nessuno li vuole uno è costato 742 mila euro a stanza di PAOLO BERIZZI e FABIO TONACCI
LA MADDALENA - C'era una volta l'isola che doveva essere e non è più. C'è ora la Maddalena usa e getta. Prima tirata a lucido in abito da festa e poi, dopo il G8 fantasma traslocato all'Aquila, lasciata sola con il suo sogno infranto e i suoi cocci da raccogliere. Trecentotrenta milioni investiti - presi in larga parte dal bilancio e dai contributi per la Regione Sardegna - e neanche un posto di lavoro. A casa, da tre giorni, anche i 23 guardiani maddalenini che sorvegliavano le belle e incompiute cattedrali sul mare. Dove adesso regnano l'abbandono, l'incuria e il degrado. Di chi è la colpa del flop?
LE GRANDI INCOMPIUTE Sono le due mega-opere costruite nell'ex Arsenale e nell'ex ospedale militare: una, la grande area dove si sarebbe dovuto svolgere il vertice dei grandi del mondo - andata in gestione per 40 anni a prezzo di saldo alla Mita Resort di Emma Marcegaglia, l'unica che da questa storia ci ha davvero guadagnato e guadagnerà - ; l'altra, l'hotel cinque stelle plus, costato, solo quello, 75 milioni, 742 mila euro a stanza e però nessun imprenditore ne vuole sapere. Uno scenario desolante che Repubblica ha documentato con un video esclusivo e con una serie di immagini. Un viaggio dentro una delle più grosse "incompiute" nella storia delle opere pubbliche (progettata, appaltata, eseguita e consegnata in poco più di un anno). E sulla quale sono aperte due indagini. Cosa ha lasciato in eredità alla Maddalena il G8 mancato? Quanto è costato? Chi ci ha speculato trasformando quello che doveva essere un volano per la stagnante economia dell'isola - già penalizzata da mezzo secolo di monocultura militare - in un affare per pochi? Quale futuro avranno le strutture tirate su in fretta e furia che ora languono nel silenzio generale e nell'imbarazzo di molti?
DOPO LA BEFFA I DANNI Ci sono fantasmi che producono fantasmi. E i fantasmi costano. Anche solo per tenerli in vita. Era il 23 aprile 2009 quando Berlusconi annunciò lo spostamento del G8 nell'Abruzzo colpito dal terremoto. Nove mesi e 327 milioni dopo (tanto sono costati, stando ai dati della Protezione civile, i lavori alla Maddalena) la scena sull'isola "scippata" - come ripetono i 12mila abitanti e il sindaco Pd Angelo Comiti - è desolante. Il problema non sono i cantieri ancora aperti (sul lato est dell'ex Arsenale) e le ruspe che lavorano per ampliare un'area che Berlusconi aveva candidato ad ospitare una decina di incontri internazionali (finora ci hanno fatto solo il vertice italo-spagnolo). E nemmeno la nuova corsa contro il tempo per la Louis Vuitton Cup, a maggio, che tutti aspettano come un cerotto per curare le ferite. Il problema è che le strutture che dovevano accogliere Obama e gli altri sette capi di Stato versano, oggi, in condizioni penose. "Dopo il danno la beffa, e ora i danni", chiosa l'assessore provinciale all'ambiente Pierfranco Zanchetta.
TUTTO IN MALORA Entri nella hall dell'albergo 2, quello che avrebbe ospitato Barack Obama e la delegazione americana. Cammini sul pavimento di marmo bianco intarsiato che i potenti della terra non hanno mai calpestato. Piove dentro. L'acqua scende dal tetto dove hanno costruito la piscina. Il vento e le infiltrazioni hanno provocato danni: parti di soffitti crollati, tubi e cavi a vista perché i pannelli che li contenevano sono venuti giù. Dei tappeti disegnati da Antonio Marras - lo stilista sardo che ha curato tutti gli interni delle aree ospitalità dell'ex Arsenale militare - tra un po' si avrà traccia solo sull'ambizioso catalogo delle opere della struttura della missione G8 (affidata all'ingegner Mauro della Giovampaola). Lo stesso vale per i quadri fotografici "navali" di Luca Cittadini. Pareti scrostate per l'umidità, calcinacci, attrezzi lasciati lì in attesa che qualcuno li riprenda in mano: così appare oggi la hall dell'hotel con vista sulla darsena che può ospitare 700 barche. "Lo stato di queste strutture è una delle tante vergogne e ora qualcuno dovrà risponderne" dice Pio Palazzolo, memoria storica dell'isola e già componente del Comitato paritetico per le servitù militari in Sardegna.
L'ARCHISTAR DELUSO Accanto alla hall c'è un edificio che doveva essere un teatro. Le porte sono scardinate, così come quelle della "Casa sull'acqua" - o sala conferenze - la strabiliante scatola di vetro posata sul mare progettata dall'architetto Stefano Boeri. Il vero gioiello dell'ex Arsenale, costo, comprensivo dell'area delegati, 52 milioni e 100. "Gli edifici vanno usati, altrimenti deperiscono", ragiona Boeri. Dice di aver lavorato - assieme a 1600 operai impiegati giorno e notte - "per garantire una doppia vita a queste strutture: per il G8 e per il dopo G8. Ma io non ci vado da un mese... Com'è la situazione adesso?". Magari quello che chiamano hotel Obama, al centro dell'Arsenale, in futuro ospiterà flussi ininterrotti di convegnisti e di ricconi che approderanno qui coi loro megayacht. Ora però ha un aspetto desolante. Comunque lontano dall'aggettivo "affascinante" usato da Vasco De Cet, dirigente della Mita Resort. A piano terra la zona spa è completamente abbandonata: tutto, gli hammam, le saune, la grande vasca idromassaggio al centro della sala, parquet e vista mozzafiato sul mare, i lettini per i messaggi, quelli della zona relax, i bagni, gli spogliatoi, tutto è in balia del freddo e dell'umidità. Poi c'è la "stecca", un edificio basso e lungo e stretto, tipo striscia. Dovevano essere piccoli appartamenti. Ma i pavimenti non ci sono ancora, un colpo di maestrale ha scoperchiato una parte del tetto e chissà con l'aria che tira che fine faranno gli intarsi in finto marmo - in realtà polistirolo - che decorano gli angoli delle pareti esterne.
CATTEDRALE NEL DESERTO A che cosa servirà questo paradiso di cemento, pietra e vetro costruito alla velocità della luce? Centocinquantamila metri quadrati e un futuro incerto: la Louis Vuitton Cup a primavera, e poi? "Io spero che diventi un polo nautico e multifunzionale, così com'era stato pensato", dice ancora Boeri, "ottimista" ma forse non fino in fondo. Il vero problema, però, l'opera che davvero preoccupa di più, è l'ex ospedale militare. Sedicimila e 800 metri quadri trasformati in un hotel di lusso. Facciata bianca che corre lungo la strada, con il mare di fronte ma non accessibile perché nessuno ha pensato di fare un accesso all'acqua cristallina, una banchina, una spiaggia. Un'opera da 75 milioni, 101 camere costate ognuna 742 mila euro. Spettrale. Una scatola vuota - questa sì riscaldata tutto il giorno e illuminata di notte con livide luci violette che sbattono sulla facciata. Nessuno lo vuole l'hotel. Il bando di gara, il 23 settembre 2009, è andato deserto. "A quale imprenditore conviene prendersi una struttura così, con questi costi e con tutte le pecche che presenta? Bertolaso promise che sarebbe stata fatta una nuova gara - stringe le spalle l'assessore Zanchetta - e che c'era una catena alberghiera interessata. Ma, ad oggi, tutto tace". Intanto è cresciuta l'erba davanti alla facciata che a prima vista ricorda un po' la Casa bianca. C'è un guardiano. Potrebbe restare lì a lungo. Se e fino a quando qualcosa si muoverà. Chi ha il dovere politico di prendere in mano il "pacco" dell'hotel e levare le castagne dal fuoco? "La proprietà è ancora della Marina militare (a differenza dell'ex Arsenale già ceduto alla Regione) - informa il sindaco Comiti - Potrebbero anche decidere di riprendersela loro e farci qualcosa. A meno che a breve diventi anche questo della Regione".
CONTI ALLE STELLE I costi. Tutto iniziò il 28 maggio 2008 e tutto finì, con la bella favola spezzata, il 31 maggio 2009. "Volevamo rilanciare quest'isola, farla decollare come una Davos mediterranea - dice l'ex presidente della Regione Renato Soru - e invece, se va bene, ci ritroveremo con un grande villaggio turistico avulso dalla città". E se invece andasse male, visto che l'aria non sembra delle più elettrizzanti? "Non ci voglio nemmeno pensare. Siamo sardi e non permetteremo che queste opere, costate uno sproposito, molte anche inutili, rimangano lì a marcire dopo che il governo ha avuto la non brillante idea di dirci che eravamo su Scherzi a parte". Il non-G8 alla Maddalena è costato 327 milioni (il conto finale era 377 ma 50 sono stati risparmiati dopo il trasferimento all'Aquila). 209 milioni sono stati spesi per demolire, bonificare (era pieno d'amianto, 22 milioni solo per questo) e ristrutturare l'Arsenale. Dice Soru: "Il colmo è che sono costruzioni compiute e inutilizzate. Nella fretta è stato speso più del necessario, e nella fretta è stato svenduto - praticamente regalandolo alla Mita Resort - l'Arsenale. La Regione, proprietaria della struttura, è stata tagliata fuori, e oggi è totalmente immobile".
CHI CI HA GUADAGNATO La Mita Resort, dunque. Alla società di Emma Marcegaglia è andata di lusso. La base di gara per l'assegnazione della gestione dell'Arsenale prevedeva una quota minima una tantum di 40 milioni (da versare sul conto del soggetto attuatore, responsabile per conto di Bertolaso per contratti e pagamento dei lavori) e la proposta di un canone annuale di concessione destinato alla Regione Sardegna. Si è presentata solo la Mita Resort: 41 milioni una tantum e canone da 600 mila euro l'anno alla Regione spalmato su 40 anni (50 mila euro al mese). In tutto 68 milioni. Niente male come affitto per 30 anni più 10 (indennizzo post-trasferimento all'Aquila). Che cosa ci faranno ancora all'Arsenale non è dato sapere (a parte la Louis Vuitton). "Questa struttura a regime potrà ospitare più di 5mila persone, sarà uno snodo cruciale per la nautica da diporto", promette il manager Vasco De Cet.
DUBBI DA CHIARIRE C'è ancora molto da capire qui alla Maddalena. Come è andata davvero l'assegnazione degli appalti? Il carabinieri del Ros, su ordine della procura di Firenze, hanno avviato un'indagine ancora aperta. Un altro problema sono i soldi stanziati per lavori che non sono stati ancora eseguiti. Sugli isolotti di Razzoli e Santa Maria, che fanno parte dell'arcipelago-parco naturale, ci sono due fari della prima metà dell'800 che dovevano essere recuperati. Novecentomila euro di spesa ma i fari sono ancora lì come prima. Una storia su cui sta indagando la Guardia di Finanza di Olbia-Tempio Pausania.
ACCAMPATI IN TENDA Chiarissima è invece la situazione per i maddalenini che speravano, con le opere del G8, di trovare un lavoro. A fronte del maxi-investimento, oggi, non c'è nemmeno un assunto. Gli unici che avevano avuto uno stipendio (molto precario) erano i 23 guardiani della Nautilus, una subappaltata per la sorveglianza dell'Arsenale. Domenica notte sono stati liquidati con una stretta di mano da De Cet della Mita Resort. Che faranno, adesso? Sono ancora accampati fuori dai cancelli, al freddo e con le tende sollevate dalle raffiche di vento. Dicono che non se ne andranno. Ma il piatto resterà vuoto. "Con opere da 330 milioni, in proporzione, si dovevano creare almeno 500 posti di lavoro. E invece niente". Luigi Plastina, guardiano licenziato, dorme da una settimana in tenda con la moglie, un forno da campeggio e l'acqua sotto i piedi. "Questo è il mio G8". © Riproduzione riservata (28 gennaio 2010) Tutti gli articoli di Politica http://www.repubblica.it/politica/2010/01/28/news/g8-maddalena-2101455/ |
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Ultimo aggiornamento ( Giovedì 28 Gennaio 2010 11:53 )
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Scritto da Arbeschida sarda
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Sabato 16 Gennaio 2010 09:16 |
Mòrriri in su Disterru. Morint duus traballadoris in sa provintzia de Alessandria, unu est sardu. Chi emigra si porta dietro rabbia e rassegnazione, ma anche la speranza di trovare un modo di tirare avanti, una vita più facile, ma attraversare il mare è sempre meno una garanzia di miglioramento e sempre più una scelta obbligata: la voglia di sfuggire a un destino fallimentare già scritto o la necessità di mantenere una famiglia strappano senza sosta tanti uomini e tante donne dalla loro terra, dalla loro Patria. Emigrare per vivere dunque, nulla di più. Bruno Montixi di anni 41 (domiciliato nella provincia di Parma, ma ancora residente a Cagliari) la mattina del 12 gennaio è morto assieme a Rudi Cariolato di anni 46. Una improvvisa fuoriuscita di gas li ha soffocati mentre bonificavano una cisterna in provincia di Alessandria; lavoravano per la società «Tecnogas» di Fidenza. Il nostro pensiero non può che andare alle loro famiglie, al dolore per la loro perdita. È difficile farsi una ragione, accettare l'idea di una morte sul lavoro, ma ancora più ingiusta e insopportabile è una morte in su disterru: a chi il Vento del Nord aveva già strappato gli affetti della sua terra ora porta via anche il bene più prezioso, la vita stessa. In un mondo del lavoro che assomiglia sempre più a un campo di battaglia, la vita dell'emigrato è ogni giorno più dura, chi fugge dalla sua terra per poter vivere è troppo spesso costretto a contrattare al ribasso le sue condizioni di lavoro. Così la sua stessa vita sembra valer meno per il solo fatto di essere emigrato. E intanto si continua a emigrare. Oggi i disastri occupazionali dell'Alcoa e Porto Torres, per citare i più eclatanti, dimostrano che il tempo del palliativo e della cassa-integrazione a pioggia è definitivamente morto. Il dolore dei Morti, degli Emigrati, dei Disoccupati investono direttamente la politica isolana fannullona e corrotta, che ancora una volta si dimostra incapace di pensare ad una via d'uscita da questa situazione sociale sull'orlo del baratro. Arbeschida Sarda |
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Ultimo aggiornamento ( Sabato 16 Gennaio 2010 09:17 )
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Pisa: dibattito sull'energia |
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Scritto da tzirculu de Pisa
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Martedì 08 Dicembre 2009 21:11 |
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CENTRO SOCIALE REBELDIA: Il circolo degli emigrati sardi "ARBESCHIDA SARDA", propone:
****************** ORE 18 *********************
Parchi Eolici? Centrali Nucleari? Gasdotti intercontinentali? Miniere carbonifere?....
QUALE FUTURO PER L'ENERGIA IN SARDEGNA ? Le politiche energetiche Sarde ieri, oggi e domani.
Intervengono:
Massimo Fresi (responsabile Legambiente Sardegna per il settore energia)
Antonello Giuntini (ex-Segretario Federazione sarda Metalmeccanici)
****************** ORE 21 *********************
CENA SARDA !!!!!!!!!
Menu (10 euro):
Malloreddus (gnocchetti sardi) al sugo di salsiccia Malloreddus al brodo di pecora e formaggio
Pecora bollita con cipolle e patate
Pane
Vino a fiumi
A seguire: canti e balli sardi per tutti!!!
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Presentazione di Camineras |
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Scritto da Administrator
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Giovedì 05 Novembre 2009 09:30 |
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Giovedì 12 Dicembre 2009 Presso l'aula magna di Sciene politiche, Pisa ore 20:00 |
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Ultimo aggiornamento ( Giovedì 05 Novembre 2009 09:40 )
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